Quando circa dieci anni fa ho cominciato a scrivere di paste tradizionali sarde, il filindeu una “cosa rara”, ma rara davvero. Le persone al mondo in grado di prepararlo si potevano contare sulle dita di una mano. E la sua meraviglia rischiava di perdersi.

Oggi – senza il minimo merito da parte mia, beninteso: la promozione delle tradizioni sarde non grava fortunatamente sulla mie spalle – il filindeu è tornato a essere una pasta non certo comune, ma comunque utilizzata e conosciuta.

Probabilmente tutti quelli che si interessano dell’argomento conoscono almeno una persona capace di farlo e lo si può persino acquistare confezionato in alcuni negozi selezionati, come ho fatto io da Salumeria Mangatia nel centro storico di Sassari. Il prezzo al dettaglio è elevato, ma è del tutto proporzionato all’impegno che produrre questa pasta a mano richiede.
La storia del suo consumo legato alla religiosità popolare, ai pellegrinaggi e alla città di Nuoro è ben nota. In ogni caso, se volete leggere qualcosa in merito, sul sito c’è già un lungo articolo.

Per gustare al meglio il filindeu serve un buon brodo – di pecora se possibile, altrimenti di manzo – e del buon formaggio grattugiato o a fettine. Io ho aggiunto anche un pizzico di fiori di finocchietto selvatico, che ho conservato dalla scorsa estate.
